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22 Gen2020

Migranti e montagne: con gli occhi puntati sui due estremi dell’arco alpino

22 Gennaio 2020. Written by Redazione_am. Posted in Staffette

Che le Alpi siano tornate a essere attraversate forzando e raggirando il confine è oramai un dato di fatto conclamato. Chi non ha le carte in regola – e non per modo di dire, ma letteralmente – da alcuni anni compie attraversate improvvisate e pericolose, anche invernali, dei passi alpini. In particolar modo si è spesso fatto riferimento alla cosiddetta “rotta valsusina” verso la Francia, lì dove hanno preso forma iniziative di solidarietà attiva con le e i migranti, cortei sulla neve (qui raccontammo a nostro modo la giornata “Briser les frontières”), ma anche dove sono state messe in scena coreografie “alpinazi” con presenza di fascisti e nazisti in montagna (ricordate “Defend Europe – Mission Alpes” e “Generazione identitaria”?) su cui scrivemmo già a suo tempo parole incontrovertibili:

Per noi la montagna è altro, è innanzitutto luogo di memoria e di resistenza, di incontro e confronto. È solidarietà.

Luigi D’Alife segue da anni, come attivista e videomaker, la situazione al confine in alta Valsusa. A inizio 2018 lo intervistammo per Alpinismo Molotov proprio sulla situazione tra Bardonecchia e il Colle della Scala, evidenziando già nel titolo di quel post che le Alpi, ahinoi, erano tornate a essere «confine reale e disumano». Circa un anno dopo una nuova intervista, con Claudio Cadei e Nicola Zambelli, incentrata sul loro progetto The Milky Way, un docufilm il cui tema centrale è proprio l’attraversamento da parte delle e dei migranti del confine italo-francese, allora in lavorazione e in cerca di sostegno attraverso un crowdfounding (a cui anche Alpinismo Molotov partecipò).
Con piacere segnaliamo che The Milky Way è ora terminato e sono state annunciate le date delle anteprime (che trovate nella locandina pubblicata sotto). Ci auguriamo che il docufilm trovi spazio nella programmazione delle sale e che in molte e molti lo vedano.

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03 Dic2019

#AlpinismoMolotov alla marcia #NoTav dell’8 dicembre 2019

3 Dicembre 2019. Written by Redazione_am. Posted in Staffette

Anche quest’anno Alpinismo Molotov sarà presente all’8 dicembre No Tav.

La marcia sarà da Susa a Venaus, con meta la Borgata 8 dicembre, così titolata a memoria di quel giorno di quattordici anni fa in cui il popolo No Tav cacciò guardie e cantieri dai prati della Valcenischia, di fatto bloccando per due lustri il progetto della Torino-Lione.

Quest’anno, nel decennale della giornata contro le Grandi Opere Inutili e imposte, crediamo sia particolarmente importante esserci, poiché  l’attuale governo ha dichiarato – anche per voce di ministri pentastellati, fino all’altro ieri No Tav sfegatati – che quest’opera è da eseguire e a breve si apriranno i cantieri.

Da anni noi di Alpinismo Molotov sosteniamo il movimento No Tav – di più, «Alpinismo Molotov è costitutivamente No Tav» – per vicinanza umana, complicità… perché quell’opera non è solo un treno: è uno spreco di denaro, un attacco devastante al territorio, una scelta scellerata in un paese in cui due giorni di pioggia cancellano vite, strade, edifici.

Il Tav è l’emblema di una politica di sviluppo fallimentare, di un modello che riproduce se stesso attraverso le grandi opere, e con esso repressione, violenza, corruzione, estrazione di ricchezza ai danni di noi tutt*, dell’ambiente e del clima.

Le conseguenze del cambiamento climatico ormai ci sono ripetutamente arrivate in faccia come schiaffi, perseverare con politiche di grandi opere ignorando la necessità di messa in sicurezza dei territori è scellerato.

Quel progetto è poi anche repressione: 20 attivist* stanno per essere incarcerati, Luca Abbà sta vivendo un regime di semilibertà assurdo (per una manifestazione di 10 anni fa), Nicoletta Dosio, 73 anni, è stata anch’essa condannata al carcere, anche se la vicenda non è ancora conclusa.

Per tutti questi motivi la bandiera di Alpinismo Molotov domenica sarà nuovamente in Valsusa, a fianco della Valle che resiste.

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17 Set2019

Le fogne di Nuova Delhi e il sacco dell’umido: riflessioni a partire dal Jova Beach Party. Su #Giap

17 Settembre 2019. Written by Redazione_am. Posted in Rizomi / Esplorazioni

Nel corso di quest’estate 2019, riempiendo di commenti l’infosfera, ha tenuto banco la querelle sul Jova Beach Party e le critiche mosse a questo mega-show spiaggiato su alcuni tratti di litorale italiano. A seguito della presa di posizione critica di Reinhold Messner rispetto alla location di Plan de Corones – Kronplatz per una data di questa tournée – l’unica data non organizzata occupando lo spazio di un arenile – avevamo dato conto di una discussione nel retrobottega di Alpinismo Molotov, pubblicata in un post dal titolo Sul binomio musica e montagna: tracce di una discussione sugli eventi in quota. Si trattava, con quel post, di riprendere e cercare di mettere a fuoco alcune questioni che riteniamo centrali nel modello di fruizione/sfruttamento delle montagne, cosa che lo scambio polemico Messner-Jovanotti ci offriva l’occasione di fare:
Tra i punti emersi dalla nostra conversazione, il fatto che ciò che accomuna tutti questi grandi eventi in quota, o comunque nella cornice di un ambiente naturale di pregio, è l’essere per l’appunto, nella cornice. A nessuno importa che il medesimo spettacolo sia fruibile senza differenza alcuna in qualsiasi altro luogo, nel fondovalle o in città, le montagne sono un piacevole sfondo, un tocco di colore, tutt’al più la scusa per una simpatica gita fuori porta.
Il concerto a Plan de Corones – Kronplatz si è svolto, noi abbiamo seguito il flusso di notizie a riguardo, comprese quelle che lasciavano intendere una riappacificazione tra Messner e Jovanotti con un ripensamento del primo (e invece no, sull’inopportunità di organizzare un grande evento come lo è una data del Jova Beach Party Messner non ha cambiato idea). Nel contempo si susseguivano segnalazioni e denunce sulle criticità ambientali e sui danni che un mega-show come questo avrebbe inferto agli ecosistemi delle varie location scelte dal duo Jovanotti – Trident (l’agenzia che ha prodotto e organizzato la tournée). Questo nonostante l’ombrello rassicurante della partecipazione all’operazione del WWF Italia, coinvolgimento sbandierato a ogni occasioni da Jovanotti.
Ci siamo quindi resi conto, a un certo momento, che questa vicenda meritava di essere analizzata anche se ci portava lontano dalle montagne, siccome contiene una gran quantità di elementi ricorrenti, una miscela tossica e foriera di gravi danni. Ne è nato un testo a firma collettiva che viene oggi pubblicato su Giap con il titolo A chi giova il Jova Beach, party trasversale del nuovo greenwashing.

 

Clicca sull’immagine per leggere il post su Giap

 

Tra pochi giorni questo “grande evento” si concluderà a Linate, sulle piste d’atterraggio dell’aeroporto appena riasfaltate. Sarà una festa di bitume e catrame. La nocività della miscela tossica messa a punto durante le precedenti date del mega-show non sarà per questo meno dannosa, così come non decadrà in futuro la sua tossicità: non si tratterrà magari di Jovanotti, ma la funzione sistemica che questo personaggio ha rappresentato potrà essere riattivata nuovamente, in nome del capitalismo impegnato oggi nel tentativo di fare della crisi climatica uno strumento di potere che alimenterà diseguaglianze e ingiustizie.

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08 Lug2019

Sul binomio musica e montagna: tracce di una discussione sugli eventi in quota

8 Luglio 2019. Written by Redazione_am. Posted in Rizomi / Esplorazioni

Il binomio musica-montagna è un tema che ciclicamente ci ritroviamo ad affrontare in lista. Qualche tempo fa, sono state le polemiche tra Messner e Jovanotti relative al concerto che si dovrebbe tenere alla fine di agosto presso Plan de Corones a far tornare sotto i riflettori questo tema. Non ci interessa particolarmente entrare nel merito di quella specifica querelle, ma prenderne spunto in quanto declinazione della più generale mercificazione della montagna, con le domande che questo processo inevitabilmente pone, ma dovremmo più propriamente dire “con le domande che questo processo inevitabilmente mette a tacere.”

Tra i punti  emersi dalla nostra conversazione, il fatto che ciò che accomuna tutti questi grandi eventi in quota, o comunque nella cornice di un ambiente naturale di pregio, è l’essere per l’appunto, nella cornice. A nessuno importa che il medesimo spettacolo sia fruibile senza differenza alcuna in qualsiasi altro luogo, nel fondovalle o in città, le montagne sono un piacevole sfondo, un tocco di colore, tutt’al più la scusa per una simpatica gita fuori porta.

La cosa paradossale è che tutto questo passi con buona pace di quasi tutti come una modalità di “promozione del territorio”. Curiosa forma di promozione del territorio quella in cui il territorio è praticamente irrilevante.

Aprile 2019

Mr Mill: in tema, mi segnalano il “dibattito” su un dj-set di Giorgio Moroder all’Alpe Tognola: prima diniego della valutazione ambientale, a cui è seguita una “contro-valutazione” degli albergatori/organizzatori con concessione del permesso da parte della giunta Fugatti del Trentino con obbligo di compensazioni ambientali (!)…

Ecco sul Trentino, ho trovato anche la delibera della Provincia autonoma di Trento, l’oggetto dice già tutto: «Concerto di Giorgio Moroder previsto per il giorno 7 aprile 2019, in località Alpe di Tognola. Riconoscimento della sussistenza di motivi di rilevante interesse pubblico di natura economica, nonostante conclusioni negative della valutazione d’incidenza effettuata ai sensi dell’art. 6 della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, e contestuale adozione delle misure di compensazione idonee a garantire la coerenza globale della rete “Natura 2000”, ai sensi del comma 3 dell’art. 39 della legge provinciale n. 11 del 23 maggio 2007 “Governo del territorio forestale e montano, dei corsi d’acqua e delle aree protette”».

Vecio Baordo: Questa delle compensazioni ambientali potrebbe essere il “Cetriolo  Globale” (cit.) che vola a un metro da terra nei prossimi decenni per tutto quanto riguarderà le questioni di ambiente. Potrebbe arrivare a sostituire la valutazione d’impatto, o a trasformarla in un “preventivo” che l’ente pubblico di turno rilascerebbe per quantificare le compensazioni a fronte di un intervento. Potrebbe portare a sostituire qualsiasi divieto con autorizzazioni a pagamento. Se scuci abbastanza ghinee puoi pure andare in moto sui sentieri e fare eliski dove ti pare. Potrebbe essere un modo in più per unire la lotta ambientale con la lotta di classe. E perderle entrambe in un colpo solo.

Davide: La “legge Galasso”, che tutela beni paesaggistici e ambientali, è del 1985. Prima l’urbanistica e la paesaggistica erano normate da un decreto del 1942 che poneva vincoli molto blandi. Ora, in teoria, dovrebbe essere molto più complicato approvare certe brutture, anche perché il singolo Comune non ha il potere di decidere in autonomia, ci sono le commissioni paesaggistiche,  il  PPR, svariate firme d’avallo… il che vuol dire che le responsabilità – almeno sulle cose più recenti – sono molteplici.

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08 Mag2019

All’inseguimento della pietra verde (e della città di Rama)

8 Maggio 2019. Written by Redazione_am. Posted in In cammino, Récit

di Mariano Tomatis e Vecio

Percorso: Partenza e arrivo da Falcemagna, frazione di Bussoleno (TO), m 850 s.l.m. passando per la Fugera e le cave di marmo verde (quota massima m 1650 s.l.m.).

Dislivello: m 800 circa

Tempo di percorrenza: h 4.30 circa

Questa volta partiamo su impulso di una vecchia mappa: un enorme foglio ripiegato che descrive la bassa Valsusa del Settecento (l’Archivio di Stato la colloca tra il 1764 e il 1797). Due didascalie spalancano prospettive romanzesche. Nel triangolo tra Bussoleno, Chianocco e San Giorio segnalano alcune “rovine di Ramà”: forse tracce di Rama, l’Atlantide valsusina, la ciclopica città inghiottita da una catastrofe in un lontano passato? Più in alto riportano l’indicazione di una cava di marmo; non una pietra qualsiasi, ma il prezioso “marmore verde” di Susa, il materiale preferito dalle archistar di casa Savoia, tanto che se ne trova in tutte le principali chiese torinesi. Verde: come la pietra che – secondo Alberto Fenoglio – riposa nelle viscere del vicino monte Musinè, in un

antro misterioso dove chi aveva la fortuna di penetrarvi vedeva e udiva delle cose meravigliose. Lì abitava un mago che aveva scelto quel posto solitario per compiere incantagioni e fabbricare filtri magici. (1)

In alto: mappa del XVIII sec., Archivio di Stato, Torino. A sinista: “Rovine di Ramà” e “Rivo di Ramà” (particolare). A destra: “Baracconi per la Marmore. Cima del Combal del Pera. Qui si cava il Marmore Verde” (particolare).In alto: mappa del XVIII sec., Archivio di Stato, Torino. A sinistra: “Rovine di Ramà” e “Rivo di Ramà” (particolare). A destra: “Baracconi per la Marmore. Cima del Combal del Pera. Qui si cava il Marmore Verde” (particolare)

Difficile resistere a tante suggestioni: abbiamo tra le mani la mappa di un tesoro? Cosa sarà rimasto, a due secoli di distanza, di quanto segnala questo stropicciato ma affascinante reperto?

Lasciata alle spalle Bussoleno, raggiungiamo la frazione di Falcemagna dove parcheggiamo l’auto. Incamminandoci lungo la carrareccia che attraversa la borgata, incontriamo un compagno No TAV che vive lì per alcuni mesi dell’anno: conosce bene la zona e si adopera per tenere vivi i sentieri, ritrovando e rendendo praticabili quelli ormai spariti; riconosceremo il suo tratto nelle tracce segnate con vernice arancione. Superata Falcemagna, il sottobosco mostra ampie tracce del violento incendio che ha devastato la regione un anno fa. L’intero percorso è segnato da alberi carbonizzati – alcuni caduti, altri ancora in piedi ma completamente sventrati.

Tracce lasciate dal violento incendio del 2017

L’aria è tersa e sopra di noi, verso est, svetta l’alpeggio di Balmafol, sede di una delle più epiche vittorie della Resistenza in Valsusa; nell’estate 1944 la brigata d’assalto “Walter Fontan” si trovava in quota e da qui stava presidiando l’adiacente vallone del Prebech, sopra Chianocco; l’8 luglio 1944, per respingere un assalto da parte dei nazifascisti che salivano da Falcemagna, i partigiani avevano fatto rotolare giù dalla montagna enormi pietroni, capovolgendo le forze in campo e ottenendo una vittoria (letteralmente) schiacciante. Risaliamo lungo la carrareccia il vallone del Rio Molletta fino a imboccare quello che resta della mulattiera storica: fino a qualche decennio addietro era ancora lastricata ed era la strada “ufficiale” che portava alla cava. Nel punto in cui parte la mulattiera, un terrapieno ha sostituito alcuni grossi blocchi squadrati di minerale grezzo, visibili fino a qualche anno fa e ora spariti.

La salita è piuttosto ripida e in due ore raggiungiamo la Fugera (“Fugiera” sulla nostra mappa): è un eccezionale punto panoramico su cui sorgono due antichi edifici in pietra. Sulla mappa del Settecento sono indicati come “baracconi per la marmora”; secondo il Calendario generale pe’ regii stati del 1826, erano stati eretti per conto della Casa Reale

sia per alloggiarvi gli operai, sia per stabilirvi le opportune officine ad uso di essi. (2)

Uno dei baracconi è in stato di abbandono; l’altro è stato recentemente restaurato ed è utilizzabile come bivacco. Tra le istruzioni sulla ghiacciaia c’è l’invito a chiuderla ermeticamente: pare che un ghiro della zona abbia più volte mostrato interesse per i viveri all’interno. Firmato il quaderno dei visitatori, approfittiamo dell’ampio tavolo metallico all’esterno per pranzare.

Panorama dalla Fugera

Dalla Fugera, l’occhio spazia dalla Sacra di San Michele a sinistra su tutto il parco naturale Orsiera-Rocciavrè, fino al Colle delle Finestre e oltre. Da fondo valle giunge un rumore ritmico di percussioni: sono i tamburini che animano “Bussolegno 2019”, la festa del legno organizzata questo weekend a Bussoleno. In programma c’è anche la recita scolastica della prima elementare di Foresto; la rappresentazione si intitola “Il mago di Rama”. Cerchiamo con l’occhio l’area che – secondo la mappa – nel Settecento presentava le rovine della mitica città perduta: seguendo il corso della Dora, basta superare verso sinistra il vistoso centro commerciale Le Rondini: a sud della provinciale, la zona è fittamente punteggiata da costruzioni moderne; se qualche frammento di muro è ancora rintracciabile, bisogna concentrare le ricerche intorno all’area camper di Chianocco. Ma accanto alla ricerca sul campo c’è quella sulle carte d’archivio.

Un minuscolo dettaglio ci sembra rivelatore: l’accento. La nostra mappa non parla di “Rama” ma di “Ramà” – e per ben due volte, accostando il termine alle “rovine” e a un “rivo”. Come ci fa notare l’amico Roberto Revello, in piemontese “ramà” è il rovescio di pioggia improvviso – quella che oggi chiameremmo “bomba d’acqua”; il termine deriva dall’occitano e forse richiama la percossa o la caduta di un ramo per la violenza e la brevità dell’azione. Che l’area delle rovine sia a rischio allagamenti, la mappa lo dice chiaramente: sorge al fondo di un canalone che scende dalla montagna, nei pressi del punto in cui la Dora si divide in molti rivoli, a sottolineare l’esposizione della zona alle alluvioni. Le cronache del luogo registrano svariati disastri, a partire dallo straripamento del torrente Prebech (“uno dei torrenti più pericolosi del Piemonte”) che nel 1694 provocò un’alluvione: la forza dell’acqua fu tale da distruggere completamente la Chiesa di San Pietro di Chianocco, poi ricostruita in posizione sopraelevata nel corso del Settecento.

A sinistra: particolare dalla mappa del Settecento. A destra: Bussoleno sotto la valanga di fango del giugno 2018

Se nell’area che dominiamo con lo sguardo sorgeva una città, non ci stupiamo che possa essere stata distrutta da una piena o da una valanga particolarmente violenta, e che nel toponimo sia rimasta traccia della rovinosa “ramà” che ne segnò la fine; non è trascorso un anno (giugno 2018) dall’ultima grave frana di fango su Bussoleno, staccatasi a seguito dell’incendio e delle fitte piogge che hanno colpito la montagna su cui ci troviamo. (3) 

Consultando altri testi del Settecento, troviamo anche la città di Rama senza accento: consultando gli itinerari che attraversavano l’Impero Romano, il cartografo J.-B. B. d’Anville (1697-1782) la individua nel dipartimento francese di Hautes-Alpes, descrivendola nella Notice de l’ancienne Gaule (4) : gli antichi romani la collocavano tra Ebrodonum e Brigantio. I toponimi si sono conservati: a metà strada tra Embrun e Briançon, il paese di La Roche-de-Rame si trova sulla route nationale 94 che porta in Italia attraverso il passo del Monginevro.

A sinistra: la pagina su Rama di J.-B. B. d’Anville (1760). A destra: il laghetto di La Roche-De-Rame

Come in Valsusa, gli abitanti della zona sono impegnati in una lotta politica che ha al centro i trasporti: da anni il movimento Déviation-LRDR chiede che il piccolo centro abitato venga risparmiato dal passaggio di centinaia di TIR, proponendo una deviazione che tagli fuori il paese. Il toponimo “Rama” risale al tempo dei romani: è citato nell’Itinerario antonino(5) , un dettagliato registro delle stazioni dell’Impero Romano del III secolo d.C.

A sinistra: particolare dalla tavola 8 in William Hughes, An Atlas of Classical Geography, Sheldon & Co., 1870; rappresenta la mappa della Gallia in epoca romana e vi sono evidenziate le città di Vapincum (Gap), Ebrodunum (Embrun), Rama (La Roche-de-Rame), Brigantio (Briancon), Segusio (Susa) e Augusta Taurinorum (Torino). A destra: La Roche-de-Rame

E proprio all’epoca dei romani risalirebbero anche le cave verso cui siamo diretti. Nella sua lettera a Matilde Dell’Oro Hermil, Saint-Yves d’Alveydre aveva scritto che

le cave di marmo verde nei dintorni di Susa erano ancora sfruttate durante il periodo di Augusto. (6)

La missiva era stata pubblicata in coda a Roc Maol e Mompantero (1897), lo strano libro sulle tradizioni magiche del Rocciamelone recentemente riedito da uno di noi. Il riferimento alle cave ci era parso bizzarro, perché del tutto slegato dagli argomenti affrontati nella breve lettera – ma tanto più erano singolari le intenzioni del filosofo, tanto più circondavano il luogo di un’aura straniante.

È breve ma molto esposto il sentiero che, dirigendosi verso settentrione, dai baracconi della Fugera porta alle cave di marmo verde; l’ultimo tratto è attrezzato, ma la corda fissata alla parete è rovinata e in diversi punti si è staccata dalla roccia. Solo uno di noi si avventura fino all’imbocco della cava, arrivando a fotografarne i blocchi ancora in loco e recuperandone qualche piccolo frammento.

A sinistra: la cava di marmo verde. A destra: l’ultimo tratto di sentiero attrezzato da percorrere per raggiungerla

Uno sguardo alla montagna conferma quanto scrivevano nell’Ottocento: il filone è inesauribile; l’intero massiccio è composto dal prezioso oficalce. Non sappiamo quanto sia antico il sito che abbiamo raggiunto. Nel Seicento si parla di una

predera [cava] di marmore belisima a fine una grada [grande?] montagna et sene fa ogni sorte di opere belisime […] nela valle di Susa. (7)

A sinistra: un masso della cava di Falcemagna che presenta i segni caratteristici dell’estrazione. A destra: piccolo frammento di oficalce verde recuperato dalla cava

La cava viene riscoperta da un certo Ferraris di Cremona nel 1724: il ritrovamento è talmente sensazionale che il Re assicura all’uomo una pensione perpetua. (8)  L’architetto Guarino Guarini la impiega nello stesso anno per l’altare della Chiesa di Sant’Uberto nella Reggia di Venaria. Viene stilato un regolamento che ne governa lo sfruttamento e, leggendo le cronache dell’epoca, si intuisce che il lavoro richiesto agli operai è durissimo: una volta estratto, il marmo deve essere calato senza che si danneggi per quasi mille metri; è necessario impiegare slitte di legno, lungo un percorso accidentato e particolarmente ripido. Come ricorda Vincenzo Barelli,

i nostri marmorai, invece di salire alla cava per estrarne dei massi, sogliono approfittarsi di quei che si staccano di quando in quando dal monte e rotolano nella sottoposta valle (9)

Qualcuno potrebbe biasimarli?

Per tornare a Falcemagna, attraversiamo la boscaglia verso il bacino del Rio Rocciamelone; una volta raggiunto, scendiamo lungo la sua sinistra orografica attraverso una zona di roccia calcarea ricca di torri irregolari: si tratta di menhir naturali dalle forme bizzarre, nel più affascinante dei quali ci sembra di riconoscere la “sfinge susina” di cui scrive Matilde Dell’Oro Hermil. (10)

A sinistra: la sfinge susina. A destra: il Mago e il Vecio

Raggiungiamo la terrazza calcarea che costituisce la sinistra orografica della bassa Valsusa, tra Mompantero e Chianocco, passando di fianco alla parete rossa di Ca’ Teissard. Di qui, rientriamo in località Falcemagna attraverso il “sentiero degli orridi”, un’alternanza di carrareccia e sentiero che collega la Riserva naturale dell’Orrido di Foresto all’Orrido di Chianocco. Come Ramà, anche l’espressione “orrido” – che qui da aggettivo diventa sostantivo – testimonia il terrore dei nostri antenati di fronte alla forza distruttrice della natura. In latino horrère è l’atto di rizzarsi riferito ai peli del corpo: per significare l’orrendo, ricorriamo alla reazione fisica che induce. Le due gole rocciose devono le loro pareti strapiombanti all’azione dell’acqua del rio Rocciamelone e del torrente Prebech, e non è un caso che l’area contrassegnata come Ramà si trovi proprio a metà tra i due orridi. Poche altre aree reclamano in modo altrettanto drammatico cura, manutenzione e serie politiche di messa in sicurezza; a chi li sappia leggere, perfino i toponimi – qui in Valsusa – gridano la loro contrarietà allo sperpero legato al progetto TAV.

Note

1. Alberto Fenoglio, A caccia di tesori, Piemonte in Bancarella, Torino 1970, pp. 103-6.
2. Calendario generale pe’ regii stati, Giuseppe Pomba, Torino 1826, p. 586.
3. Vedi qui le ricostruzioni topografiche dei Vigili del Fuoco
4. J.-B. B. d’Anville, Notice de l’ancienne Gaule, Desaint & Saillant, Parigi 1760, pp. 537-8.
5. Rama è citata lungo il percorso 29 da Mansio Ebrodunum (Embrun) a Mediolanum (Milano) in Charles Athanase Walckenaer, Géographie ancienne historique et comparée des Gaules cisalpine et transalpine, Vol. 3, P. Dufart, Parigi 1839, pp. 24-5 e lungo il percorso 55 da Brigantio (Briançon) a Vapincum (Gap) a p. 42.
6. Matilde Dell’Oro Hermil, Roc Maol e Mompantero, Tabor Edizioni, Susa 2018 (I ed. 1897), p. 60.
7. ASTo, Corte, Materie Economiche, Miniere, m. 2, n. 11, s.d. ma circa 1608 trascritto in appendice a Maurizio Gomez Serito, “Pietre e marmi per le architetture piemontesi: cantieri urbani affacciati sul territorio” in Mauro Volpiano (ed.), Il cantiere sabaudo tra capitale, provincia e residenze di corte, Torino 2013, p. 203.
8. Calendario generale pe’ regii stati, Giuseppe Pomba, Torino 1826, p. 586.
9. Vincenzo Barelli, Cenni di statistica mineralogica degli stati di S.M. il re di Sardegna, Giuseppe Fodratti, Torino 1835, pp. 68-9.
10. Hermil 2018, p. 6.

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03 Apr2019

Ghiacciai e confini al tempo del cambiamento climatico

3 Aprile 2019. Written by Redazione_am. Posted in Rizomi / Esplorazioni

Lo scorso 15 marzo si è tenuto, presso il CSA Magazzino 47 di Brescia, un incontro organizzato da APE Brescia dal titolo Il cambiamento climatico si beve i ghiacciai. Il relatore dell’incontro era Andrea Toffaletti, da 15 anni operatore del Servizio glaciologico lombardo. La sua relazione si è aperta partendo da elementi generali di glaciologia, per passare poi allo specifico delle condizioni attuali dei ghiacciai alpini e, in particolare, di quelli adamellini. La documentata e ricca relazione è stata registrata e l’audio si può ascoltare a questo link, dove è possibile anche scaricare le slide utilizzate come supporto visivo alla relazione.

A margine di questo incontro, abbiamo posto alcune domande ad Andrea e oggi pubblichiamo l’intervista: così come per l’iniziativa di APE Brescia, anche noi abbiamo cercato di toccare nell’intervista argomenti più teorici e generali, per poi entrare nello specifico dell’area dell’Adamello, comunque significativa rispetto alla generalità dell’arco alpino, di cui Andrea ha maggiore conoscenza.

La pubblicazione di questa intervista ci offre l’occasione per segnalare, sempre in tema di ghiacciai e riscaldamento globale, la recente pubblicazione del volume curato da Italian Limes dal titolo A Moving Border. Alpine Cartographies of Climate Change (Columbia University Press, 2019). La pubblicazione era stata incidentalmente anticipata dal nostro blog circa un anno fa, nell’intervista alla crew di Italian Limes, che sarebbe stata ospite a Diverso il suo rilievo 2018, intervista significativamente intitolata I confini della patria nella lunga estate calda.
In questo volume, che rappresenta in qualche misura la summa del progetto quinquennale sviluppato da Italian Limes, il rapporto tra ghiacciai e mutamento climatico è interrogato dal punto di vista storico-geografico, quindi eminentemente politico. È stato questo “diverso rilievo” che sin dal primo contatto con il progetto Italian Limes ci ha affascinato, perché mostra in tutta evidenza la capacità di penetrazione di uno sguardo obliquo in un tema “molare”, come, nello specifico, quello dei confini e, quindi, dello Stato-nazione e della sua costruzione storico-politica. E ancora, la capacità di individuare e hackerare lo strumento-concetto di «confine mobile», facendone un attrezzo atto a sabotare l’aura trascendente del dispositivo che comunemente chiamiamo “confine”.
Tra i contributi presenti nel volume è presente una conversazione tra Italian Limes e Wu Ming 1 – pubblicata in lingua italiana su Giap –, ulteriore slittamento di prospettiva che permette di evidenziare con ancor maggiore forza che

l’idea di «confine naturale» è in realtà il prodotto di una precisa narrazione storica, politica e geografica, e ci si apre davanti agli occhi una verità più ampia: il cambiamento climatico mette in discussione dalle fondamenta l’idea stessa di sovranità territoriale.

 

Il cambiamento climatico si beve i ghiacciai. Intervista ad Andrea Toffaletti

AM: Tu sei un operatore del Servizio glaciologico lombardo (SGL), un’associazione scientifica no-profit che dalla fine degli anni Ottanta monitora i ghiaccia lombardi con campagne annuali. Prima di tutto, ci racconti brevemente quali sono i soggetti con cui collabora il SGL per monitorare i ghiacciai presenti in Italia?

AT: Il Servizio glaciologico lombardo fa parte di un più ampia rete che racchiude tutte le associazione regionali che operano sull’arco alpino. In Piemonte opera la Società meteorologica italiana, in Trentino il Comitato Glaciologico Trentino, in Alto Adige c’è il Servizio glaciologico Alto-Adige, anche in Veneto esiste un monitoraggio così come in Valle d’Aosta con la Fondazione montagna sicura. Siamo tutti coordinati dal Comitato glaciologico italiano, che è l’associazione nazionale, nata nel 1914, dove confluiscono tutti i dati delle campagne glaciologiche che vengono poi pubblicati su Geografia fisica e dinamica quaternaria. Lì si fa il punto sulla situazione dei ghiacciai alpini ed appenninici, per quest’ultimo settore il monitoraggio avviene per il Ghiacciaio del Calderone che viene ancora considerato un ghiacciaio vero e proprio, anche se ormai è da considerarsi un glacionevato avendo perso quasi completamente la sua dinamicità

AM: Qual è la situazione dei ghiacciai alpini?

AT: La situazione è ovviamente negativa per tutti i settori alpini: ci sono settori che alcuni anni beneficiano di nevicate più importanti di altri ma in definitiva il trend è negativo ovunque. Soprattutto sulle Alpi Occidentali e Sud-Occidentali, come le Alpi Marittime, si è registrato una netta e veloce deglacializzazione, ma in tutte le Alpi, la situazione è la stessa: una forte accelerazione del regresso glaciale. La caratteristica che si è venuta a creare negli ultimi anni è che la “linea di equilibrio”, chiamata fino a qualche anno fa “limite delle nevi perenni”, si è portata dai 2.950 m slm degli anni Novanta fino oltre i 3.200-3.300 m slm del periodo attuale. La linea di equilibrio è quella linea dove il bilancio del ghiacciaio è uguale a 0 e che suddivide il ghiacciaio stesso in una zona a monte dove prevalgono gli accumuli (neve, valanghe, accumuli eolici) e una a valle dove sono preponderanti le perdite, variando di quota in funzione delle condizioni climatiche. Di conseguenza sono ormai ben poche le zone delle Alpi che sono interessate da un glacialismo in equilibrio, con l’attuale fase climatica, e attivo. In Lombardia l’unica zona dove, nelle ultimi difficili annate, si è conservata neve alla fine dell’estate, è quella dell’Altopiano di Fellaria, in Val Malenco, a sud della cima del Bernina, un altopiano posto attorno tra i 3.400 e i 3.600 m slm dove si registra – grazie al cielo! – una permanenza di neve residua anche a fine estate.

Foto: Archivio SGL

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