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08 Apr2020

Quarantena molotov. Cospiranti evasioni. Quarta puntata

8 Aprile 2020. Written by Redazione_am. Posted in Récit


“Assembramento” è la parola che abbiamo forse ascoltato di più negli ultimi tempi. Ma di che cosa parliamo quando parliamo di assembramento?

Secondo l’ordinanza emanata lo scorso 21 marzo dal governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana, per esempio, un’ammenda fino a cinquemila euro è prevista per chi non rispetta il divieto di “assembramento” nei luoghi pubblici (fatto salvo il distanziamento, si intende). Assembramento o adunata sediziosa? Considerando la pena, sembra ormai non esserci una grande differenza.

Eppure, almeno guardando certe foto che hanno circolato parecchio negli ultimi giorni, sembra che le strade italiane siano piene di “assembramenti”? È davvero così? O si tratta di persone che esercitano il loro pieno diritto a camminare, a respirare, a esercitare qualche segnale di vita al di fuori delle quattro mura in cui sono detenute da un mese?

Solo pochi giorni fa si è detto invece qui di come non sia difficile offrire una prospettiva distorta di un’immagine, anche senza troppi effetti speciali e far passare per un – oddio! – assembramento quello che, più probabilmente, e per ragioni del tutto fisiologiche, altro non è che una via centrale di un agglomerato urbano non deserta.

In questi giorni ci sono arrivati moltissimi racconti, talmente tanti che abbiamo deciso di tenerne un po’ per una prossima puntata. Nessun assembramento ma tante rivendicazioni solitarie del diritto inalienabile di muoversi nello spazio. Non proprio solitarie. Nel racconto di R. si parla di una passeggiata fatta da un padre e un figlio piccolo. È già stato detto che i bambini sono stati i grandi assenti nel caotico susseguirsi di divieti & decreti. Come è stato scritto su Facebook da un nostro contatto: A un certo punto, per un quarto d’ora, mia figlia ha avuto gli stessi diritti di un cane”, il tutto nel bel mezzo di una confusione al limite del grottesco.

Come ha scritto l’antropologa Rosa S. nell’articolo sopra citato:

Chi si occupa delle paure di questi bambini? Chi si occupa di rispondere alle loro domande? Le loro vite procedono sospese, appese ad un balcone [quando c’è, ndr] in attesa di un futuro “ritorno” che appare sempre più lontano.

Sta di fatto che poco o nulla sappiamo dei modi in cui le più piccole e i più piccoli stanno vivendo una condizione che somiglia per più di altri agli arresti domiciliari.
Per questo vi chiediamo di raccontare le vostre evasioni con i più piccoli, reali o anche immaginarie.

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31 Mar2020

Quarantena molotov. Necessarie evasioni autocertificate. Terza puntata

31 Marzo 2020. Written by Redazione_am. Posted in Récit

Quando ci è venuta l’idea delle “escursioni molotov ai tempi della quarantena”, non pensavamo di dar voce a qualcosa di molto più grande di noi. È quello invece che sta accadendo in queste ore e in questi giorni, in cui ci arrivano i racconti di tante “necessarie evasioni”, le voci del desiderio inalienabile dell’aperto, dell’incontro, del movimento.

Ci sembra importante continuare dare spazio a queste voci – continuate a raccontare le vostre evasioni! – perché all’isolamento cui siamo costretti non manchi la dimensione collettiva, perché la narrazione di questo tempo non sia unica e perché se questo è un viaggio, e lo è senz’altro, oggi più che mai si parte e si torna insieme.

Con l’autocertificazione, ovviamente. Al susseguirsi di nuovi moduli, sempre più dettagliati, sempre più precisi, sempre più inutili, abbiamo pensato che non potesse mancare il nostro. Direttamente dal Mistero dell’Ailanto (per ogni riferimento leggete qui) scaricatelo qui e diffondetelo. Se la quarantena #nonsiferma, le escursioni molotov nemmeno.

Insieme ai racconti, inviateci un’immagine (info@alpinismomolotov.org).

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24 Mar2020

Quarantena molotov. Necessarie evasioni. Seconda puntata

24 Marzo 2020. Written by Redazione_am. Posted in Récit

Il cammino non si arresta, continuano le evasioni della “quarantena molotov”. La militarizzazione sta dilagando, tra strategie del capro espiatorio e denunce appioppate più per mostrare i muscoli che altro. È toccata a Pietro De Vivo, tra le altre cose parte della banda di Alpinismo Molotov a cui va la nostra solidarietà, che l’ha raccontata in un post su Giap; e utilissima potrà rivelarsi anche la lettura del commento giuridico di Luca Casarotti, che occupa le seconda parte del post.
In questa puntata le “normalissime” evasioni mutano in “necessarie”, così come necessario è raccontare queste escursioni come ogni altro atto di resistenza alla narrazione egemonica che ci vuole ammutolit*.
Il perché lo ha spiegato bene Wu Ming 1:

Se ne esce socializzando la resistenza, estendendola, raccontandola, lavorando perché il racconto di queste buone pratiche fori la membrana almeno in un punto. Più persone danno testimonianza, meno opprimente sarà il clima.

Non importa se queste “necessarie evasioni” si svolgono nell’arco di poche centinaia di metri attorno al proprio domicilio – come benissimo mostra Mariano Tomatis nella pillola che chiude questo post –, conta muovere nello spazio e nel tempo i nostri sguardi.

In questa seconda puntata già sono presenti contributi che abbiamo ricevuto via posta elettronica da lettrici e lettori, l’invito a tutte e tutti è quello di seguire l’esempio: evadere, raccontare quello che i vostri sensi (anche il sesto) hanno percepito mentre camminavate, raccontarlo e inviarlo a info@alpinismomolotov.org.

Noi ci impegniamo nel continuare a dare spazio a queste rassegne di racconti: scriviamo collettivamente la quarantena molotov.

Illustrazione di Krom (2020)

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19 Mar2020

Quarantena molotov. Normalissime evasioni. Prima puntata

19 Marzo 2020. Written by Redazione_am. Posted in Récit

Giugno 2018. La banda di Alpinismo Molotov si muove insieme

Prima di partire

Il “bacillo dei sassi” si manifesta con modalità molto diverse tra loro, trova il modo di palesarsi anche in situazioni limite. Così anche in questi giorni di quarantena ed uscite contingentate si fa largo tra decreti, ordinanze e posti di blocco per trovare il modo di esprimersi. Andare in montagna ora diventa quasi un’utopia, ci si sente come Felice Benuzzi che dal campo di prigionia osserva il Monte Kenya. Tuttavia ciascuna e ciascuno di noi per fare la spesa, per costrizioni lavorative, per le esigenze del cane o anche “semplicemente” per non impazzire esce di casa e cammina.
In questo contesto quelle che in altra situazione sarebbero normalissime passeggiate diventano “altro”, diventano vere e proprie escursioni molotov. Anzi, in questo scenario di parchi chiusi, controlli e barriere, è possibile che siano le uscite più molotov che ci sia mai capitato di fare. In fondo «[…] l’alpinismo è “molotov” nella misura in cui fa emergere nuove contraddizioni e nuovi strumenti concettuali, narrativi cognitivi per affrontarle. Si va in montagna per tornare con “nuove armi” da sfoderare nella nostra quotidianità Si va in montagna consapevoli che si procede sempre in bilico». (cfr. il manifesto di Alpinismo Molotov).
Mai come in questo momento abbiamo bisogno di far «emergere nuove contraddizioni» e dotarci di «nuovi strumenti, concettuali – narrativi – cognitivi».
Da qui l’idea di raccontare le nostre escursioni – poco importa se di chilometri lungo fossi o di poche centinaia di metri per fare la spesa – nel tentativo di inquadrare da prospettive oblique quel che ci circonda e restituire ex post, almeno nel racconto, la dimensione collettiva di quel procedere a passo oratorio che oggi ci è negata. Ecco dieci racconti di fughe molotov dall’isolamento in casa.

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09 Mar2020

Mi smo tu / Noi siamo qui: sul confine tra l’Isonzo e la Balkan route

9 Marzo 2020. Written by Redazione_am. Posted in Récit

Questo post nasce dopo un’escursione sul Carso triestino seguendo i sentieri percorsi dai migranti. A spingerci la retorica sull’invasione e le continue richieste di provvedimenti straordinari e strumenti tecnologici (ultimo caso, l’ipotetico ricorso alle fototrappole) a fare da argine ai passaggi di persone attraverso i confini.

Nel frattempo l’escalation di violenza di questi giorni – caratterizzata dall’ipocrisia della faccia moderata dell’Unione europea, più fascista dei fasci stessi, come abbiamo visto in Grecia dove del resto anche i fascisti sono impegnati, Alba dorata in testa, nella caccia al migrante – ha spostato su un piano se possibile ancora più deteriore e repressiva la politica verso i migranti.

È domenica mattina, il cielo è coperto e noi quattro stiamo per percorrere una delle tratte finali della “Balkan Route” al contrario. Attraverseremo la frontiera dal bosco, perché oggi noi possiamo farlo. Cammineremo un passo dopo l’altro lungo una delle vie di entrata in Europa su cui hanno mosso i loro passi migliaia di persone in fuga da guerre, violenza, repressione politica, o semplicemente in cammino, vive, con lo sguardo aperto verso ciò che verrà.
“Quando senti parlare del Carso ti immagini un territorio lunare, un cumulo di pietre scaricato dagli dei sulla terra Kras”, dice Davide, che del Carso conosce ogni piega, ogni pietra, sentiero e anfratto. E ogni singolo accento della lingua locale, che è anche la sua.

Il Carso terreno duro, aspro, a tratti gentile. Un territorio brutalmente lacerato dalle XII battaglie dell’Isonzo e poi dalla Seconda guerra mondiale che ha lasciato molte ferite aperte. Alcune come in questi giorni si riaprono nel giorno in cui i fascisti carnefici si mascherano da vittime. Una striscia di terra, questa, che ha dato aiuto alla resistenza partigiana, quella che da est ha liberato queste terre dal nazifascismo affermando: “Mi smo tu” (noi siamo qui), come riecheggia in un inno dei partigiani del Litorale che viene tuttora cantato ogni anno alla Risiera di San Sabba il 25 aprile.

Una terra divisa in due da un confine invisibile, alberi e rocce calcaree, taglienti come lame, prati e voragini che si aprono all’improvviso, fiumi sotterranei che continuano per chilometri unendo un territorio che la politica ha diviso e continua a farlo. Un frontiera invisibile che riprende forma con le resistenze di oggi, quelle dei migranti che attraversano questi boschi e camminano su queste pietre, le stesse su cui camminiamo noi, respirando libertà.

Le prime vittime del “viaggio” di cui possiamo ricordarci risalgono agli anni Settanta. Morirono in tre. Congelati sulle pietre del gelido Carso. Trovarono pace grazie al sindaco partigiano che di morti in cerca di libertà ne aveva visti molti.
Una storia ormai molto lontana, ma qui si continua a passare, sperare, morire… L’ultima delle vittime è caduta poche settimane fa, all’alba del primo giorno di questi anni Venti. Si tratta di Sid Ahmed Bendisari, precipitato da venti metri di altezza in fondo ad un burrone sotto il monte Carso poco distante dal castello di San Servolo. Un errore nel percorso, la stanchezza, forse un inciampo e scivola giù. Avrebbe compiuto trent’anni il prossimo 8 novembre. Impossibile trovare il suo nome sulla stampa nella consueta damnatio memorie riservata alle morti dei migranti. Morte di un padre. Sua moglie era con lui. Loro figlio attendeva ad Aïn Témouchent in Algeria a neanche trecento chilometri da Melilla, Spagna, Europa. Per tentare di raggiungerla sua mamma e suo papà dopo aver attraversato il nord Africa hanno proseguito il viaggio fino alla Turchia, quindi ai Balcani e quindi la morte a Trieste in una sorta di circumnavigazione terrestre del Mediterraneo per evitare un muro.

***

Vogliamo cercare di capirne qualcosa di più, per questo ci siamo detti, la cosa migliore è andare, muovere i nostri passi tra questi boschi e queste rocce. La nostra storia parte a pochi chilometri da Trieste, da Boršt, tradotto, chissà perché, Sant’Antonio in Bosco, frazione del comune di Dolina, San Dorligo della Valle come era stato goffamente italianizzato. In una giornata uggiosa di inizio febbraio ci avventuriamo nella landa carsica avvelenata dai nuvoloni neri che come ogni anno imperversano sopra Bazovica/Basovizza il 10 del mese. Questo febbraio, come non accadeva da almeno trent’anni, nazionalisti e ultradestra hanno perfino organizzato, senza nessuno che vi si opponesse come in passato, un corteo per le vie del paese: un reflusso di putrefazione e morte aliene alla terra che calpestiamo.

Ci incamminiamo – Elena, Alessandro, Luca e Davide – percorrendo una delle vie dove i migranti sognano la libertà ma molto spesso cadono nelle trappole della paranoia creata dai politicanti per avere un consenso politico. Tutto qui si trasforma in futuri voti per il lato marcio della nostra società, i politici saldamente ancorati sulle loro sedie e quelli che da loro si aspettano dei favori.
Il Carso di oggi è un misto di elementi diversi non solo umani: animali, vegetali e perfino minerali qui convivono senza l’assurda pretesa di affermare “questo è il mio territorio”, cosa che noi bipedi pensanti non capiremo mai. Nel bosco ci sono diverse varietà: querce, frassini, carpini e pini.

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08 Mag2019

All’inseguimento della pietra verde (e della città di Rama)

8 Maggio 2019. Written by Redazione_am. Posted in In cammino, Récit

di Mariano Tomatis e Vecio

Percorso: Partenza e arrivo da Falcemagna, frazione di Bussoleno (TO), m 850 s.l.m. passando per la Fugera e le cave di marmo verde (quota massima m 1650 s.l.m.).

Dislivello: m 800 circa

Tempo di percorrenza: h 4.30 circa

Questa volta partiamo su impulso di una vecchia mappa: un enorme foglio ripiegato che descrive la bassa Valsusa del Settecento (l’Archivio di Stato la colloca tra il 1764 e il 1797). Due didascalie spalancano prospettive romanzesche. Nel triangolo tra Bussoleno, Chianocco e San Giorio segnalano alcune “rovine di Ramà”: forse tracce di Rama, l’Atlantide valsusina, la ciclopica città inghiottita da una catastrofe in un lontano passato? Più in alto riportano l’indicazione di una cava di marmo; non una pietra qualsiasi, ma il prezioso “marmore verde” di Susa, il materiale preferito dalle archistar di casa Savoia, tanto che se ne trova in tutte le principali chiese torinesi. Verde: come la pietra che – secondo Alberto Fenoglio – riposa nelle viscere del vicino monte Musinè, in un

antro misterioso dove chi aveva la fortuna di penetrarvi vedeva e udiva delle cose meravigliose. Lì abitava un mago che aveva scelto quel posto solitario per compiere incantagioni e fabbricare filtri magici. (1)

In alto: mappa del XVIII sec., Archivio di Stato, Torino. A sinista: “Rovine di Ramà” e “Rivo di Ramà” (particolare). A destra: “Baracconi per la Marmore. Cima del Combal del Pera. Qui si cava il Marmore Verde” (particolare).In alto: mappa del XVIII sec., Archivio di Stato, Torino. A sinistra: “Rovine di Ramà” e “Rivo di Ramà” (particolare). A destra: “Baracconi per la Marmore. Cima del Combal del Pera. Qui si cava il Marmore Verde” (particolare)

Difficile resistere a tante suggestioni: abbiamo tra le mani la mappa di un tesoro? Cosa sarà rimasto, a due secoli di distanza, di quanto segnala questo stropicciato ma affascinante reperto?

Lasciata alle spalle Bussoleno, raggiungiamo la frazione di Falcemagna dove parcheggiamo l’auto. Incamminandoci lungo la carrareccia che attraversa la borgata, incontriamo un compagno No TAV che vive lì per alcuni mesi dell’anno: conosce bene la zona e si adopera per tenere vivi i sentieri, ritrovando e rendendo praticabili quelli ormai spariti; riconosceremo il suo tratto nelle tracce segnate con vernice arancione. Superata Falcemagna, il sottobosco mostra ampie tracce del violento incendio che ha devastato la regione un anno fa. L’intero percorso è segnato da alberi carbonizzati – alcuni caduti, altri ancora in piedi ma completamente sventrati.

Tracce lasciate dal violento incendio del 2017

L’aria è tersa e sopra di noi, verso est, svetta l’alpeggio di Balmafol, sede di una delle più epiche vittorie della Resistenza in Valsusa; nell’estate 1944 la brigata d’assalto “Walter Fontan” si trovava in quota e da qui stava presidiando l’adiacente vallone del Prebech, sopra Chianocco; l’8 luglio 1944, per respingere un assalto da parte dei nazifascisti che salivano da Falcemagna, i partigiani avevano fatto rotolare giù dalla montagna enormi pietroni, capovolgendo le forze in campo e ottenendo una vittoria (letteralmente) schiacciante. Risaliamo lungo la carrareccia il vallone del Rio Molletta fino a imboccare quello che resta della mulattiera storica: fino a qualche decennio addietro era ancora lastricata ed era la strada “ufficiale” che portava alla cava. Nel punto in cui parte la mulattiera, un terrapieno ha sostituito alcuni grossi blocchi squadrati di minerale grezzo, visibili fino a qualche anno fa e ora spariti.

La salita è piuttosto ripida e in due ore raggiungiamo la Fugera (“Fugiera” sulla nostra mappa): è un eccezionale punto panoramico su cui sorgono due antichi edifici in pietra. Sulla mappa del Settecento sono indicati come “baracconi per la marmora”; secondo il Calendario generale pe’ regii stati del 1826, erano stati eretti per conto della Casa Reale

sia per alloggiarvi gli operai, sia per stabilirvi le opportune officine ad uso di essi. (2)

Uno dei baracconi è in stato di abbandono; l’altro è stato recentemente restaurato ed è utilizzabile come bivacco. Tra le istruzioni sulla ghiacciaia c’è l’invito a chiuderla ermeticamente: pare che un ghiro della zona abbia più volte mostrato interesse per i viveri all’interno. Firmato il quaderno dei visitatori, approfittiamo dell’ampio tavolo metallico all’esterno per pranzare.

Panorama dalla Fugera

Dalla Fugera, l’occhio spazia dalla Sacra di San Michele a sinistra su tutto il parco naturale Orsiera-Rocciavrè, fino al Colle delle Finestre e oltre. Da fondo valle giunge un rumore ritmico di percussioni: sono i tamburini che animano “Bussolegno 2019”, la festa del legno organizzata questo weekend a Bussoleno. In programma c’è anche la recita scolastica della prima elementare di Foresto; la rappresentazione si intitola “Il mago di Rama”. Cerchiamo con l’occhio l’area che – secondo la mappa – nel Settecento presentava le rovine della mitica città perduta: seguendo il corso della Dora, basta superare verso sinistra il vistoso centro commerciale Le Rondini: a sud della provinciale, la zona è fittamente punteggiata da costruzioni moderne; se qualche frammento di muro è ancora rintracciabile, bisogna concentrare le ricerche intorno all’area camper di Chianocco. Ma accanto alla ricerca sul campo c’è quella sulle carte d’archivio.

Un minuscolo dettaglio ci sembra rivelatore: l’accento. La nostra mappa non parla di “Rama” ma di “Ramà” – e per ben due volte, accostando il termine alle “rovine” e a un “rivo”. Come ci fa notare l’amico Roberto Revello, in piemontese “ramà” è il rovescio di pioggia improvviso – quella che oggi chiameremmo “bomba d’acqua”; il termine deriva dall’occitano e forse richiama la percossa o la caduta di un ramo per la violenza e la brevità dell’azione. Che l’area delle rovine sia a rischio allagamenti, la mappa lo dice chiaramente: sorge al fondo di un canalone che scende dalla montagna, nei pressi del punto in cui la Dora si divide in molti rivoli, a sottolineare l’esposizione della zona alle alluvioni. Le cronache del luogo registrano svariati disastri, a partire dallo straripamento del torrente Prebech (“uno dei torrenti più pericolosi del Piemonte”) che nel 1694 provocò un’alluvione: la forza dell’acqua fu tale da distruggere completamente la Chiesa di San Pietro di Chianocco, poi ricostruita in posizione sopraelevata nel corso del Settecento.

A sinistra: particolare dalla mappa del Settecento. A destra: Bussoleno sotto la valanga di fango del giugno 2018

Se nell’area che dominiamo con lo sguardo sorgeva una città, non ci stupiamo che possa essere stata distrutta da una piena o da una valanga particolarmente violenta, e che nel toponimo sia rimasta traccia della rovinosa “ramà” che ne segnò la fine; non è trascorso un anno (giugno 2018) dall’ultima grave frana di fango su Bussoleno, staccatasi a seguito dell’incendio e delle fitte piogge che hanno colpito la montagna su cui ci troviamo. (3) 

Consultando altri testi del Settecento, troviamo anche la città di Rama senza accento: consultando gli itinerari che attraversavano l’Impero Romano, il cartografo J.-B. B. d’Anville (1697-1782) la individua nel dipartimento francese di Hautes-Alpes, descrivendola nella Notice de l’ancienne Gaule (4) : gli antichi romani la collocavano tra Ebrodonum e Brigantio. I toponimi si sono conservati: a metà strada tra Embrun e Briançon, il paese di La Roche-de-Rame si trova sulla route nationale 94 che porta in Italia attraverso il passo del Monginevro.

A sinistra: la pagina su Rama di J.-B. B. d’Anville (1760). A destra: il laghetto di La Roche-De-Rame

Come in Valsusa, gli abitanti della zona sono impegnati in una lotta politica che ha al centro i trasporti: da anni il movimento Déviation-LRDR chiede che il piccolo centro abitato venga risparmiato dal passaggio di centinaia di TIR, proponendo una deviazione che tagli fuori il paese. Il toponimo “Rama” risale al tempo dei romani: è citato nell’Itinerario antonino(5) , un dettagliato registro delle stazioni dell’Impero Romano del III secolo d.C.

A sinistra: particolare dalla tavola 8 in William Hughes, An Atlas of Classical Geography, Sheldon & Co., 1870; rappresenta la mappa della Gallia in epoca romana e vi sono evidenziate le città di Vapincum (Gap), Ebrodunum (Embrun), Rama (La Roche-de-Rame), Brigantio (Briancon), Segusio (Susa) e Augusta Taurinorum (Torino). A destra: La Roche-de-Rame

E proprio all’epoca dei romani risalirebbero anche le cave verso cui siamo diretti. Nella sua lettera a Matilde Dell’Oro Hermil, Saint-Yves d’Alveydre aveva scritto che

le cave di marmo verde nei dintorni di Susa erano ancora sfruttate durante il periodo di Augusto. (6)

La missiva era stata pubblicata in coda a Roc Maol e Mompantero (1897), lo strano libro sulle tradizioni magiche del Rocciamelone recentemente riedito da uno di noi. Il riferimento alle cave ci era parso bizzarro, perché del tutto slegato dagli argomenti affrontati nella breve lettera – ma tanto più erano singolari le intenzioni del filosofo, tanto più circondavano il luogo di un’aura straniante.

È breve ma molto esposto il sentiero che, dirigendosi verso settentrione, dai baracconi della Fugera porta alle cave di marmo verde; l’ultimo tratto è attrezzato, ma la corda fissata alla parete è rovinata e in diversi punti si è staccata dalla roccia. Solo uno di noi si avventura fino all’imbocco della cava, arrivando a fotografarne i blocchi ancora in loco e recuperandone qualche piccolo frammento.

A sinistra: la cava di marmo verde. A destra: l’ultimo tratto di sentiero attrezzato da percorrere per raggiungerla

Uno sguardo alla montagna conferma quanto scrivevano nell’Ottocento: il filone è inesauribile; l’intero massiccio è composto dal prezioso oficalce. Non sappiamo quanto sia antico il sito che abbiamo raggiunto. Nel Seicento si parla di una

predera [cava] di marmore belisima a fine una grada [grande?] montagna et sene fa ogni sorte di opere belisime […] nela valle di Susa. (7)

A sinistra: un masso della cava di Falcemagna che presenta i segni caratteristici dell’estrazione. A destra: piccolo frammento di oficalce verde recuperato dalla cava

La cava viene riscoperta da un certo Ferraris di Cremona nel 1724: il ritrovamento è talmente sensazionale che il Re assicura all’uomo una pensione perpetua. (8)  L’architetto Guarino Guarini la impiega nello stesso anno per l’altare della Chiesa di Sant’Uberto nella Reggia di Venaria. Viene stilato un regolamento che ne governa lo sfruttamento e, leggendo le cronache dell’epoca, si intuisce che il lavoro richiesto agli operai è durissimo: una volta estratto, il marmo deve essere calato senza che si danneggi per quasi mille metri; è necessario impiegare slitte di legno, lungo un percorso accidentato e particolarmente ripido. Come ricorda Vincenzo Barelli,

i nostri marmorai, invece di salire alla cava per estrarne dei massi, sogliono approfittarsi di quei che si staccano di quando in quando dal monte e rotolano nella sottoposta valle (9)

Qualcuno potrebbe biasimarli?

Per tornare a Falcemagna, attraversiamo la boscaglia verso il bacino del Rio Rocciamelone; una volta raggiunto, scendiamo lungo la sua sinistra orografica attraverso una zona di roccia calcarea ricca di torri irregolari: si tratta di menhir naturali dalle forme bizzarre, nel più affascinante dei quali ci sembra di riconoscere la “sfinge susina” di cui scrive Matilde Dell’Oro Hermil. (10)

A sinistra: la sfinge susina. A destra: il Mago e il Vecio

Raggiungiamo la terrazza calcarea che costituisce la sinistra orografica della bassa Valsusa, tra Mompantero e Chianocco, passando di fianco alla parete rossa di Ca’ Teissard. Di qui, rientriamo in località Falcemagna attraverso il “sentiero degli orridi”, un’alternanza di carrareccia e sentiero che collega la Riserva naturale dell’Orrido di Foresto all’Orrido di Chianocco. Come Ramà, anche l’espressione “orrido” – che qui da aggettivo diventa sostantivo – testimonia il terrore dei nostri antenati di fronte alla forza distruttrice della natura. In latino horrère è l’atto di rizzarsi riferito ai peli del corpo: per significare l’orrendo, ricorriamo alla reazione fisica che induce. Le due gole rocciose devono le loro pareti strapiombanti all’azione dell’acqua del rio Rocciamelone e del torrente Prebech, e non è un caso che l’area contrassegnata come Ramà si trovi proprio a metà tra i due orridi. Poche altre aree reclamano in modo altrettanto drammatico cura, manutenzione e serie politiche di messa in sicurezza; a chi li sappia leggere, perfino i toponimi – qui in Valsusa – gridano la loro contrarietà allo sperpero legato al progetto TAV.

Note

1. Alberto Fenoglio, A caccia di tesori, Piemonte in Bancarella, Torino 1970, pp. 103-6.
2. Calendario generale pe’ regii stati, Giuseppe Pomba, Torino 1826, p. 586.
3. Vedi qui le ricostruzioni topografiche dei Vigili del Fuoco
4. J.-B. B. d’Anville, Notice de l’ancienne Gaule, Desaint & Saillant, Parigi 1760, pp. 537-8.
5. Rama è citata lungo il percorso 29 da Mansio Ebrodunum (Embrun) a Mediolanum (Milano) in Charles Athanase Walckenaer, Géographie ancienne historique et comparée des Gaules cisalpine et transalpine, Vol. 3, P. Dufart, Parigi 1839, pp. 24-5 e lungo il percorso 55 da Brigantio (Briançon) a Vapincum (Gap) a p. 42.
6. Matilde Dell’Oro Hermil, Roc Maol e Mompantero, Tabor Edizioni, Susa 2018 (I ed. 1897), p. 60.
7. ASTo, Corte, Materie Economiche, Miniere, m. 2, n. 11, s.d. ma circa 1608 trascritto in appendice a Maurizio Gomez Serito, “Pietre e marmi per le architetture piemontesi: cantieri urbani affacciati sul territorio” in Mauro Volpiano (ed.), Il cantiere sabaudo tra capitale, provincia e residenze di corte, Torino 2013, p. 203.
8. Calendario generale pe’ regii stati, Giuseppe Pomba, Torino 1826, p. 586.
9. Vincenzo Barelli, Cenni di statistica mineralogica degli stati di S.M. il re di Sardegna, Giuseppe Fodratti, Torino 1835, pp. 68-9.
10. Hermil 2018, p. 6.

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